Una proposta educativa per i genitori

Tratto dal libro “Il maestro di Sport”

Un insegnamento attento allo sviluppo globale guarda alle qualità della persona, ma non trascura quelle che servono allo sport.

E la somma è un uomo libero e intanto responsabile, padrone delle proprie risorse e capace di migliorarle e impiegarle nel modo più adeguato, e pronto ad acquisire tutti i contributi formativi dello sport. Ma ci fa anche pensare a uno sportivo completo, o a un professionista se è il caso, che sviulppi allo stesso modo tecnica, gambe, carattere e testa.

Che cosa vuole dire educare con lo sport,o, come preferiamo dire, far crescere l’uomo attraverso la pratica dello sport? Ci potremmo dilungare in tante definizioni, ma limitiamoci a quelle che sembrano più semplici e complete. Quando diciamo “educazione”, intendiamo la trasmissione delle nostre stesse prerogative e responsabilità di adulti, oppure, la condizione in cui l’allievo conosce le regole dello sport, i propri limiti e gli obiettivi da raggiungere può sperimentarsi, creare propri modelli di azione e categorie di pensiero e portare tutti i contributi che riesce a produrre con la propria creatività e iniziativa. L’educazione è dove si accettano i tentativi del ragazzo ed i suoi errori, purchè egli abbia chiaro dove vuole arrivare e tenga conto delle proprie forze e del contesto che lo circonda.

E se le esecuzioni non sono precise e i risultati non arrivano subito, non preoccupiamoci. Se i figli imparano a pensare, creare e decidere, dopo saranno molto più pronti e avranno più facilità a capire e mettere in pratica anche fuori dallo sport. Vogliamo preparare la vita adulta già nel bambino, allora gli dobbiamo riconoscere tutti i diritti che spettano alla sua età, ma anche pretendere che ne rispetti tutti i doveri, ma non basta. L’adulto che vogliamo formare con lo sport sa certamente eseguire, ma di più sa decidere, fare, pensare, creare, criticare, scegliere, porsi degli obiettivi e raggiungerli. Potremmo dire che sa essere responsabile e produttivo, ma un bambino non può conoscere tutto questo. Deve però prendere confidenza con concetti: chiederlo solo più tardi, infatti, vorrebbe dire volerlo imporre, e la correzione diventerebbe un atto oppressivo al quale è lecito opporsi.

In sintesi, per educare occorre agire sulla formazione del carattere e della persona, e questo, ai genitori dovrebbe interessare ancor prima di quanto interessi avere in casa un campione. Voi volete anche il campione, ma a pensarci bene, se ha talento questo è l’unico percorso per formarlo davvero.

Come può lo sport trasformarsi in uno strumento educativo così complesso e sofisticato? Dipende da come lo insegniamo e, dunque, dalla preparazione degli istruttori, ma dipende anche dallo sport stesso. Prima di tutto può perché piace. Cattura l’interesse e l’attenzione, e , dunque, motiva da solo all’impegno, ad accettare la fatica e a scovare le risorse per farcela. Allena all’autonomia, alla responsabilizzazione e alla libertà, perché ha regole ben chiare dentro le quali il giovane può esercitare tutta la creatività e l’iniziativa senza il rischio di trovarsi senza margini o misure. Abitua a tenere conto degli altri, a fare insieme e a socializzare. Il “collettivo”, infatti, mette insieme le forze di tutti e pretende che ognuno si metta al servizio di tutti gli altri. Ed è anche un vero rapporto, un legame affettivo che richiede rispetto, stima, partecipazione e disponibilità ad accettare i contributi degli altri e a rispondere con uguali contribuiti.

Allena al coraggio, perché abitua a fare da soli ed essere responsabili, a mettersi alla prova anche quando si può non riuscire, a misurarsi senza inutile aggressività o violenza, a imparare e, intanto, a superare ciò che insegna l’istruttore.

E, infine, chiama noi genitori a partecipare, ma corriamo dei rischi ed è meglio parlarne.

Innanzitutto, rischiamo di sbagliare perché pensiamo subito di dover fare, mentre più spesso è meglio lasciar perdere tante cose che sembrano logiche, ma che alla fine sono diseducative e, quindi, dannose per i nostri figli e per lo sport.

La ragione, anzi le ragioni, sono semplici. La prima è che desideriamo  che nostro figlio ce la faccia dove noi non siamo riusciti. Ma dimentichiamo che questi sogni sono nostri, e non ci chiediamo se lui ne abbia davvero i mezzi e la maturità necessaria. Non siamo imparziali e non ci piace che l’allenatore ci freni: per noi nostro figlio è il migliore, capace di qualsiasi impresa e di arrivare a qualsiasi livello. E poi, siamo convinti di sapergli offrire tutti i consigli per farcela.

Altre volte portiamo nello sport certi nostri difetti di genitori. Possiamo ad esempio essere autoritari, e non tanto perché siamo rigidi e severi, ma perché pretendiamo che sia e giochi come vogliamo noi. Gli vogliamo offrire tutte le soluzioni come se non sapesse pensare e capire o non possedesse capacità e desideri. Sappiamo perché ha sbagliato, cosa deve fare o non fare, rifiutiamo che abbia paura di non farcela. Non lo lasciamo libero di fare come vuole perché non ci fidiamo, ma non ammettiamo che possa sbagliare o non capire. Oppure, lo trattiamo come un piccolo adulto che ha le stesse capacità, motivazioni e obiettivi che abbiamo noi. Ma un bambino è del tutto diverso, e se non ce la fa, lo carichiamo d’insicurezze e lo trasformiamo in uno sconfitto.

Altre volte ci facciamo rapire dai sogni, e siamo disposti a troppi sconti o concessioni purchè sfondi nello sport. Come quando gli offriamo la libertà e privilegi non dovuti, ci mettiamo al servizio della sua carriera fino a diventare addirittura servili e a non  pretendere che rispetti le norme e i margini dell’età, lo premiamo in modo eccessivo per un gesto tecnico o una vittoria, o lo proteggiamo di là di ogni ragionevole misura.

Certo va aiutato, ma solo quando non ce la può fare da solo o, meglio, prepararlo a fare da solo. Se facciamo noi, finiamo per dirgli che lui le cose di tutti sono imprese impossibili. Se lo difendiamo anche quando non ne ha bisogno, gli diciamo che gli altri sono sempre ostili e minacciosi, e che lui è troppo fragile per difendersi da solo. Lo proteggiamo anche quando gli permettiamo di non fare la sua parte e di evitare le responsabilità, o gli procuriamo dei vantaggi sugli altri in modo che possa sempre sentirsi un vincitore. Dobbiamo incoraggiarlo, ma anche non lasciargli troppo spaszio, perché l’ambiente crudele con chi pretende e non fa  la sua parte perché crede che le cose gli siano dovute.

Lasciamo che continui ad amare lo sport. Se pretendiamo che sia per forza un campione, faccia cose impossibili e non possa sbagliare o perdere, lo convinciamo che non ce la farai mai. E non esageriamo con le valutazioni. Un giudizio eccessivo è sempre un tranello: può illudere, ma la realtà è crudele con chi non ha una misura cosciente di sé, e ci penserà da sola a stabilire le  giuste graduatorie.

Accontentiamoci che sia ciò che può essere. E dunque, se è davvero un campione, limitiamoci ad aiutarlo perché arrivi dove può arrivare, anche perché li è il massimo. Il resto, le parole vuote, le imprese impossibili, le cariche, le illusioni, le gare con il coltello tra i denti e la vittoria come unica misura di sé e la sconfitta come dramma lasciamole a chi continua ancora a volere uno sportivo con la bava alla bocca, che è sempre uno sportivo a metà.

Ci sono altri comportamenti pericolosi anche quando sembrano logici, come pensare che abbia i nostri stessi desideri e la forza per realizzarli, o trattarlo come un piccolo professionista. Forse non ha interesse a diventare un campione, o magari ne ha, ma ha anche paura di non farcela. Trattiamolo secondo la usa età che, se ne ha la stoffa, è l’unico modo per farlo diventare.

Un altro comportamento che scoraggia è il far di tutto perché vinca: con i consigli interessati, le stimolazioni che non capisce, o sente come finzioni, perché si impegni, gli aiuti non richiesti o la minaccia di un giudizio. Così, bene che vada, gli diciamo che siamo indispensabili, ma intanto lo convinciamo che non è all’altezza di farcela con le sue forze, o che se non vince non ha solo perso una partita, ma è uno sconfitto in tutto. Possiamo renderegli sgradevole lo sport, anche se può apparire impossibile. Ad esempioi, qando gli chiediamo troppo o lo puniamo perché ci delude, ci comportiamo in modi che lo mettono a disagio con l’allenatore o con i compagni e, soprattutto, lo puniamo con un distaccco affettivo perché non ce la fa a essere il migliore.

 

Che cosa fare?

Che cosa fare per partecipare anche noi all’educazione sportiva di nostro figlio? Forse il primo compito è creare le condizioni perché provi gusto e interesse per lo sport che fa, cioè evitare tutti quegli interventi che, pur sembrandoci utili, possono essere maldestri.

Altri sono anto semplici da sembrare banali. Come saper essere semplicemente presenti, senza dare soluzioni già pronte, risolvergli i problemi, chiederergli troppo o troppo poco o cercare di convincerlo che è il “più forte di tutti”. Quando non resistiamo a queste tentazioni, gli impediamo di scoprirsi, capirsi e conoscere le sue vere risorse, ma intanto gli diciamo che non lo riteniamo all’altezza di ciò che dovrebbe fare e, in definitiva, che ci delude.

O come il tenere conto che non è uno strumento da manipolare o un foglio bianco sul quale possiamo scrivere ciò che vogliamo. Ognuno ha qualità, limiti, intenzioni, obiettivi, desideri, bisogni, motivazioni e incertezze che lo portano a successi o a errori altrettanto vistosi. Se conosciamo questa sua intima struttura è piu difficile che ci spossiamo sbagliare, ma soprattutto ci è più facile sapre come poterlo aiutare e apprezzare nonostante i suoi limiti ed errori.

Abbiamo parlato di stima e apprezzamento, e allora non possiamo che esercitare una critica obiettiva e usare sempre messaggi chiari. E senza paura, perché le valutazioni non veritiere scoraggiano e allontanano, mentre una verità, anche amara, vuole sempre dire che siamo insieme, ci capiamo e, in ogni caso, che siamo pronti ad aiutarlo. E non dobbiamo neppure evitare di apprezzarlo per ciò che sa fare, perché in un rapporto corretto non c’è il rischio di appagamento o di pretese fuori luogo.

Se vogliamo educare, però, dobbiamo anche avere fermezza, di nuovo senza paura di essere rigidi o di perdere l’affetto dei figli. Se vogliamo proporci perché si prepari alla vita da adulto, pretendiamo che impari a pagare sempre il prezzo delle mancanze e a non deludere i doveri e i compiti che gli spettano. Non parliamo certo di punizione, ma della necessità che si abitui a tollerare le logiche conseguenze dei suoi comportamenti ed errori e, quindi, a porvi rimedio.

E siccome siamo nello sport, dobbiamo anche pretendere che osservi tutte le regole che ne fanno parte e rispetti il ruolo e i contributi degli altri, senza dimenticare che dobbiamo insegnargli a competere e a vincere, ma sempre sulla base delle proprie capacità e azioni.

Vincenzo Prunelli

vedi anche il sito NuovoSportGiovani per altri spunti sempre dello stesso autore

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