Libro: palla bella palla ovale cade bene cade male – Il pallone è mio e me lo tengo io (Cap. 2)

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Il pallone è mio e me lo tengo io

“Il pallone è mio e me lo tengo io” anche se cado. Nessuno di loro te lo dirà mai, ma il loro sguardo è chiarissimo, dato che ti guardano con la palla in mano quasi ringhiando. Ecco perché gli under 6 sono diventati  “I Ringhio”. “Bene caro Ringhio, allora, se vuoi il pallone prendilo, ma almeno usalo bene! Ringhio… Ringhioo… non perderlo e soprattutto fai in modo di segnare la meta.” La confidenza con il pallone è determinante, prima di qualsiasi altra regola perché, se il pallone cade, si forma il mucchio e quindi, … e quindi si deve rimettere in ordine la cameretta.

Il pallone è quindi lo strumento, la chiave, il mezzo su cui è imperniato il divertimento. In ogni allenamento deve esserci un pallone per ogni bimbo. Tutti gli esercizi, sia di motricità che di tecnica, dovrebbero essere eseguiti con un pallone in mano, anzi tra le mani. È certamente più semplice infilarsi un pallone sotto il braccio ed iniziare una bella corsa in mezzo al campo, che tenerlo stretto fra le mani. Ma il comune denominatore di ogni allenamento è che il pallone deve essere tenuto con due mani, è una legge che i bimbi dovranno imparare a rispettare.

Se ci si infila il pallone sotto il braccio a mo’ di pacco postale e si inizia a galoppare per il campo si può fare una cosa sola: correre per andare a depositare la palla oltre la linea di meta dei tuoi avversari, sperando che nessuno ti acchiappi. Come dire: un’aperta dichiarazione d’intenti. Tutti gli avversari ti verranno addosso con l’obiettivo di non farti segnare la meta e di portarti via la palla; o meglio, nell’ordine: di portarti via la palla e di non farti segnare la meta. Ma se tieni il pallone ben stretto tra le due mani potenzialmente potresti avere intenzione di fare più cose: passarlo, fare finta di passarlo per confondere il tuo avversario, infilarlo sotto il braccio e correre, ed infine calciarlo (quando si avrà l’età per farlo). “Ehi guarda il pallone!… ora lo passo, anzi no me lo tengo, ed invece lo passo!!!”. In ogni caso l’istinto di infilarsi la palla sotto il braccio prevale quasi sempre perché generalmente riflette un sano spirito di emulazione che i bimbi hanno verso i grandi campioni del rugby, ed in quanto tale non andrebbe sempre condannato, diciamo che va contenuto.

E se lo passo, a chi lo passo? E soprattutto dove lo passo? È un bel dilemma per un Ringhio che, se per un remoto caso, gli passasse per la parte sinistra del cervello la brillante idea di scaricare il pallone, dovrebbe girarsi all’indietro e cercare un suo compagno di squadra. E normalmente dietro di lui non c’è mai nessuno dei suoi compagni, ma ci sono solo gli avversari (che non dovrebbero trovarsi li). E sapete perché? Perché Ringhio con la palla comincia a galoppare in qualsiasi direzione, e chi dovrebbe seguirlo per ricevere il passaggio perde la bussola e si mette a raccogliere margherite.

A questo punto all’educatore tocca l’arduo compito di spiegare due concetti fondamentali. In cuor suo sa che difficilmente saranno capiti nell’immediato, ma confida che potrebbero essere, come dire, “interiorizzati,” se va bene nell’arco di circa quattro anni: il sostegno e il fuori gioco. Due concetti che sono intimamente legati tra loro.

Tutto il resto?  È semplice (o quasi).

Il sostegno è l’essenza del rugby, è generosità e sacrificio, significa mettersi a disposizione dei compagni ed aiutarli, ma soprattutto significa fidarsi degli altri. È curioso scoprire che quando hai la palla in mano e sai che se anche non li vedi i tuoi compagni sono dietro e vicini a te, tutto diventa più semplice. Dietro, non davanti, perché davanti ci sono (o almeno dovrebbero esserci) gli avversari che si oppongono alla tua corsa. Se si invertono le parti, i compagni davanti e gli avversari dietro, inizia il disordine e non ci diverte più: tutti in fuori gioco!!!

Per rimanere in gioco e per continuare a giocare senza essere interrotti da un adulto con il fischietto al collo, ognuno deve stare dalla propria parte e il divertimento allo stato puro riemerge fino ad esplodere con la meta. È difficile, quasi impossibile tenere i Ringhio alla briglia, perché il loro vero unico obiettivo è la palla. Ma per arrivare al possesso della palla, un Ringhio sconfina facilmente in zone del campo vietate dalle regole, le zone di fuori gioco dove non si può ricevere il passaggio e soprattutto non si può dare sostegno, anzi si rischia di intralciare il gioco.

Se è vero che i fatti contano di più delle parole e che i bambini imparano di più dagli esempi, allora l’unica maniera per fraternizzare con il sostegno e il fuori gioco è dare poche e semplici spiegazioni e poi giocare. Coinvolgo due o tre bimbi alla volta e la spiegazione è questa:

 “Allora ragazzi,  uno di voi due (o tre) corre con il pallone in mano verso di me ed io cerco di fermarlo (faccio l’opposizione); gli altri lo seguono da vicino. Quando il portatore di palla arriva vicino a me ed è da solo perché non ha i compagni dietro che lo aiutano, io rubo la palla e si ricomincia dall’inizio. Capito?”

Poi imbastisco il filo del gioco con un po’ di ritmo, coinvolgendo altri bimbi nell’opposizione. Insomma mi faccio aiutare da un paio di Ringhio nel tentare di rubare il pallone, prestando attenzione nel farli rimanere dalla loro parte. Cerco di fare in modo che soltanto uno di loro si dedichi a rubare il pallone, mentre gli altri devono stare in linea difensiva pronti ad intervenire. Quindi mi defilo e li lascio giocare tre contro tre in campo piccolo, per dirla nel gergo tecnico: si gioca a ranghi ristretti. Si gioca sempre e comunque alternando l’attacco e la difesa e sollecitando i bimbi a riposizionarsi per linee orizzontali (insomma a mettersi in ordine…). Questo gioco è un po’ come smontare una matrioska, perché lo si può scomporre in altri giochi, sino ad arrivare alla bambolina più piccola, che è il “placcaggio nell’uno contro uno”. Qualcuno direbbe dal generale al particolare.

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