Libri: palla bella palla ovale cade bene cade male – Dal disordine all’ordine (Cap. 1)

Palla bella palla ovale

A partire da questa settimana pubblicherò in sequenza i capitoli del libro (ebook grauito!) di Michele Barbaro di qui ho parlato nel seguente post.

Palla bella palla ovale cade bene cade male

Dal Disordine all’ordine

Inizio di retorica: allenare, anzi educare bambini dai sei agli otto anni al minirugby è un’esperienza particolare e come tutte le esperienze, direi unica e gratificante. Fine della retorica.

Passiamo alle cose serie: fare l’educatore di minirugby delle categorie under 6 e 8 è una faticaccia, soprattutto se sei alle prime armi come è successo a me. Da ragazzino avevo giocato a rugby, ma questo non mi ha aiutato molto. Quando ho smesso di praticare il rugby, ho continuato a guardarlo dalle tribune e più tardi dal divano, ma anche questo non mi ha soccorso granché. Ho partecipato ai corsi per allenatori di minirugby e mi sono documentato leggendo quel poco che sono riuscito a trovare su come fare l’educatore di minirugby: tutto utile ma di nuovo, anche questa mia ricerca non ha prodotto l’aiuto sperato.

Pensavo ingenuamente di avere acquisito ciò che mi sarebbe servito per diventare un educatore di minirugby; tuttavia, quando è arrivato finalmente il momento di sostituire la teoria con la pratica, ebbene mi sono sentito un vero e proprio dilettante.

È come avere la passione per la letteratura e voler scrivere un libro; possiedi le basi grammaticali e le idee non ti mancano, poi decidi finalmente di realizzare la tua opera abbozzando la prima frase, ed ecco che arriva il critico blocco che ti oscura la mente.

Bella l’idea, … potrebbe piacere, … provi a scrivere, … e non funziona niente.

Con buona rassegnazione, ho realizzato che la mia “grammatica rugbistica”, anche se rinfrescata da letture tematiche e da corsi tecnici, non sarebbe stata molto utile, soprattutto nella prospettiva di aver a che fare con quegli splendidi mostriciattoli dell’under 6; una categoria, anzi un gruppo di bambini che per la prima volta prendono in mano una palla ovale.

Prima di diventare un educatore delle categorie dei più piccoli, avevo affiancato per un paio d’anni gli allenatori della under 13, una categoria di ragazzacci adolescenti abbastanza in grado di capire il regolamento di gioco e consapevoli innanzitutto che la palla si passa all’indietro, e  quando sei a terra devi lasciare il pallone. Il primo periodo l’ho trascorso a riempire le borracce dell’acqua, gonfiare i palloni e preparare il campo, ma soprattutto ad osservare molto. A pensarci ora, devo ammettere che quel periodo di affiancamento è stato il primo e vero strumento utile per elaborare un percorso da educatore. Non offrivo particolari contributi durante gli allenamenti, ma il fatto di stare in mezzo al campo tra i giocatori, mi permetteva di essere un osservatore privilegiato.

Torniamo all’under 6, lo stargate del rugby, l’incipit del mondo ovale popolato da piccoli marmocchi che non hanno la minima idea di cosa si troveranno ad affrontare e, se vogliamo vederla dal lato filosofico, non si rendono conto della fortuna che è toccata loro.

Durante i primi allenamenti in under 6 mi sono immediatamente reso conto che il gioco dei bambini di sei anni è ancora prevalentemente individuale e fantastico, e le regole rappresentano ancora un ostacolo arduo da condividere. In altre parole ho realizzato che i bambini di quest’età sono egoisti, e nella pratica rugbistica non ammettono deroghe al fatto che una volta entrati in possesso della palla, quella diventa loro e, piuttosto che passarla ad un compagno, si farebbero tagliare un braccio.

Ma come, io sto qui a ripetere continuamente che la palla va passata e che ci si deve aiutare gli uni con gli altri, e loro manco ci provano a passare ‘sta palla?  L’unica regola che conoscono è: “tutti sulla palla e via, dentro al mucchio selvaggio”, fino a quando un omone con un fischietto si riprende il pallone. “Ohhh!  Ma che razza di gioco è questo? Non è molto divertente sai?”. Ecco il primo ostacolo una volta entrati dallo stargate del rugby.

L’idea di buttarsi a terra o sopra al mucchio è una cosa troppo eccitante per un bambino. È come preparare un bel covone di paglia e poi… dentro tutti!  Ed è proprio da lì che sono partito: dal disordine di un groviglio di bambini urlanti, per iniziare a creare un po’ alla volta l’ordine del gioco del rugby. Già, perché l’educatore di minirugby è un po’ come una massaia: deve cercare di mettere ordine dove c’è confusione, e cucire con un filo resistente un pezzo di stoffa senza forma per farlo diventare un piccolo abito. E come le brave massaie che usano scopa e ramazza per riordinare, l’educatore per insegnare il rugby usa gli esercizi, i giochi, il fischietto e la voce (nel senso della tonalità) e soprattutto la pazienza, taaanta pazienza.

Partire da un mucchio selvaggio per rimettere ordine al gioco, è come rimettere in ordine la cameretta per iniziare un gioco nuovo.

Non è piacevole sentire i genitori che gridano “Metti i tuoi giochi nel cassetto, sbrigati e poi vai di corsa a lavarti le mani che è pronta la cena”, e così neppure ascoltare l’educatore che grida “Forza, veloci, tutti in piedi, che dobbiamo ricominciare dall’inizio!”.

Il fascino e l’armonia di questo sport sta proprio nella continua ricerca dell’ordine, perciò imparare sin dall’inizio a giocare a rugby in modo ordinato è un concetto basilare, poiché nel disordine c’è obbiettivamente confusione, non si capisce più nulla, con la conseguenza che il divertimento potrebbe essere intenso (evviva, tutti nel mucchio!!), ma sicuramente breve. L’interruzione continua di un gioco per richiedere ai bambini “più ordine”, prima o poi rende il gioco noioso, ed un bambino annoiato si mette alla ricerca attività più divertenti.

Per non fare annoiare i piccoli rugbysti ho scoperto che esiste un solo modo: dare ritmo al gioco. Se il pallone è rimasto incastrato sotto un groviglio di marmocchi che gridano e ne bramano il possesso, è inutile gridare “lascia la palla, via le mani, hands away”.

All’inizio basta solo sollevarli (dolcemente) dal mucchio, riprendesi il pallone per passarlo a chi è in piedi, o gettarlo in una zona di campo vuota. Lo si deve fare con un ritmo sempre più veloce. I bimbi più svegli capiranno che il possesso del pallone è più semplice se ci si rialza velocemente dal mucchio, oppure se si è già pronti in piedi a ridosso dello stesso. Non è necessario ingrossare la catasta umana per riprendersi il pallone, serve solo rialzarsi e farsi trovare pronti per riavere tra le mani la palla. Quindi: ordine e ritmo, senza però esagerare, perché anche questo annoia i bambini. Sembra facile, ma in realtà è un esercizio impegnativo ed è necessario prestare la massima attenzione perché nessuno si faccia male. Ecco perché fin dall’inizio ho dichiarato che è una faticaccia.

Durante le inevitabili fasi di “disordine globale” mi piace molto osservare i comportamenti dei bambini. Cerco di capire e mettere in pratica quanto ho imparato durante i corsi per educatore. Nei mucchi appare evidente “l’affettività”. I miei responsabili tecnici ripetono da sempre che quando un bambino non ha paura di cadere, e nemmeno del contatto fisico, non ha problemi di affettività. Penso che alcune volte si esageri nel cercare di mettere sempre in relazione problematiche inerenti all’affettività con la paura del contatto fisico o alla caduta. Ma in ogni caso, superando tale correlazione scopriamo che qualche cosa di vero c’è. Anche se non sono uno psicologo dell’età infantile, mi sono reso conto che imparare e controllare le nostre paure, come nel caso del contatto fisico o di cadere a terra, è importante nella vita. Se poi queste cose le impari in un campetto di rugby, con un po’ di fango, non è poi così male e potrebbe essere anche divertente. Bimbi che hanno paura del contatto fisico, ne ho visti veramente pochi; magari qualcuno di loro è più timido e meno espansivo di altri, ma la voglia di rotolarsi a terra e fare la lotta è veramente irresistibile per tutti.

Quindi un abbraccio alla mamma e al papà e poi via a rotolarsi per terra e giocare alla lotta. Mi piace vederli lottare, soprattutto quando lo fanno con il sorriso, perché appena iniziano a ringhiare è il momento di fermarli: tutti a bere.

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